Ecco come gli stati hanno “illuso” i cittadini per indebitarsi
Di emendamento in emendamento, di manovra correttiva in manovra correttiva, troppo presi dal giorno per giorno, rischiamo di non accorgerci di come sta mutando (o vorremmo che mutasse) il rapporto tra stato e mercato. “Government versus Markets”, il libro di Vito Tanzi appena uscito negli Stati Uniti per Cambridge University Press, allo stesso tempo retrospettiva storica e istantanea globale sul “ruolo economico cangiante dello stato”, è un utile antidoto per riprendersi dallo stordimento provocato dal circo “mediatico-finanziario”.

E’ innanzitutto la vulgata sull’attuale recessione economica a uscire spesso malconcia dal confronto con le serie storiche di dati e i ragionamenti raccolti da Tanzi, per 20 anni direttore a Washington del Dipartimento affari fiscali del Fondo monetario internazionale: “La crisi economica e finanziaria del 2008-09 – spiega per esempio l’economista – ha dimostrato che, nonostante l’enorme espansione del ruolo dello stato, alcune basilari funzioni del governo non sono state esercitate o, perlomeno, sono state esercitate malamente”. Altro che deriva neoliberista o tendenza da “stato minimo”: dal 1870 a oggi, nei paesi Ocse, la spesa pubblica non ha fatto che aumentare in rapporto al pil, crescendo in media dal 10 a oltre il 40 per cento; nuova spesa chiama nuove tasse, e così il peso delle entrate tributarie in rapporto al pil è cresciuto in media dal 25 per cento del 1960 al 35 per cento del 2008, l’anno della crisi (in Italia è passato dal 24 al 43 per cento). Se ci si fosse limitati a “correggere” i cosiddetti “fallimenti di mercato” la situazione sarebbe diversa, ma la politica – spesso motivata da interessi “personali” o “di classe” – ha quasi sempre trovato conveniente “rimpiazzare” i meccanismi di mercato, così creando ulteriori disfunzioni.
Il fatto di avversare il “fondamentalismo di mercato” non impedisce infatti a Tanzi di valutare in maniera serrata l’impatto di questa spesa pubblica montante. Un intero capitolo di “Government versus Markets”, l’undicesimo, è dedicato a verificare l’eventuale esistenza di una relazione positiva tra spesa pubblica più consistente e livelli di welfare migliori, ma in base a tutte le metodologie applicate questa relazione risulta inesistente.
Un esempio? I quattro paesi nei quali l’indice dello sviluppo umano dell’Onu è più alto – Norvegia, Australia, Canada e Irlanda – avevano nel 2005 un rapporto spesa pubblica/pil pari al 37,6 per cento; viceversa, i paesi con il rapporto spesa pubblica/pil più alto (oltre il 50 per cento) – Svezia, Francia, Danimarca e Finlandia – occupavano in media soltanto il nono posto nella classifica dell’indice dello sviluppo umano. I risultati diventano ancora più convincenti se si misura anche l’efficienza dell’intervento pubblico, considerando dunque il rapporto “qualità/prezzo” del welfare statale.
Un esempio? I quattro paesi nei quali l’indice dello sviluppo umano dell’Onu è più alto – Norvegia, Australia, Canada e Irlanda – avevano nel 2005 un rapporto spesa pubblica/pil pari al 37,6 per cento; viceversa, i paesi con il rapporto spesa pubblica/pil più alto (oltre il 50 per cento) – Svezia, Francia, Danimarca e Finlandia – occupavano in media soltanto il nono posto nella classifica dell’indice dello sviluppo umano. I risultati diventano ancora più convincenti se si misura anche l’efficienza dell’intervento pubblico, considerando dunque il rapporto “qualità/prezzo” del welfare statale.
Proprio sul ruolo dello stato occorre intervenire, secondo Tanzi, per uscire dall’impasse attuale di molti paesi sviluppati, non potendo oggi fare affidamento né su una significativa riduzione degli interessi sul debito pubblico, né su una robusta crescita economica, né infine su un’inflazione inattesa. E visto che i governi meno spendaccioni non hanno affatto uno stato sociale più scadente, perseguire il rigore fiscale nel medio periodo – è uno dei messaggi di fondo della ricerca – potrebbe essere “politicamente difficile, ma non così doloroso, come molti ritengono, in termini di riduzione del welfare”.
Non è la solita ricetta “lacrime e sangue”: si tratta piuttosto di ricalibrare la politica fiscale sgonfiando la bolla dei sussidi e dei trasferimenti cash, che oramai da soli pesano il 25 per cento del pil dei paesi Ocse, tornando a privilegiare la spesa in investimenti, con assistenza mirata solo alle fasce più disagiate della popolazione e superando allo stesso tempo l’idea che esista soltanto la strategia del “tassa e spendi”. E su quest’ultimo argomento Tanzi propone riflessioni originali sulla futura sostenibilità dei nostri regimi fiscali e sull’auspicabile rafforzamento dello “stato regolatore” a fronte della crescente complessità degli scenari economici.
Non è solo questione di conti pubblici in ordine: è in gioco, come emerge dalla storia delle idee economiche sullo stato che Tanzi tratteggia parallelamente alla storia dell’intervento statale nell’economia, il ruolo del cittadino di fronte a stato e mercato. Secondo l’ex dirigente del Fondo monetario, infatti, “due fondamentali assunti devono aver accompagnato o giustificato l’intervento crescente dello stato, anche se questi assunti generalmente non sono stati esplicitati o riconosciuti”. Innanzitutto la convinzione che i cittadini, in fondo, siano “miopi”: lasciati soli, non sarebbero in grado di agire per proteggere se stessi e le proprie famiglie a fronte dei rischi economici. Secondo assunto: anche se i cittadini si organizzassero tra loro, le associazioni private che formerebbero non sarebbero in grado di fare fronte adeguatamente ai bisogni degli individui. “Questi due assunti hanno giustificato un ruolo paternalistico e più esteso per lo stato”.
Non è solo questione di conti pubblici in ordine: è in gioco, come emerge dalla storia delle idee economiche sullo stato che Tanzi tratteggia parallelamente alla storia dell’intervento statale nell’economia, il ruolo del cittadino di fronte a stato e mercato. Secondo l’ex dirigente del Fondo monetario, infatti, “due fondamentali assunti devono aver accompagnato o giustificato l’intervento crescente dello stato, anche se questi assunti generalmente non sono stati esplicitati o riconosciuti”. Innanzitutto la convinzione che i cittadini, in fondo, siano “miopi”: lasciati soli, non sarebbero in grado di agire per proteggere se stessi e le proprie famiglie a fronte dei rischi economici. Secondo assunto: anche se i cittadini si organizzassero tra loro, le associazioni private che formerebbero non sarebbero in grado di fare fronte adeguatamente ai bisogni degli individui. “Questi due assunti hanno giustificato un ruolo paternalistico e più esteso per lo stato”.
Al di là delle fondamenta teoriche del ruolo mutevole dello stato, Tanzi sostiene che se oggi la situazione economica europea è tanto compromessa – tra indebitamento stellare e crescita asfittica – lo si deve anche all’“illusione finanziaria” denunciata per primo, a inizio Novecento, da Amilcare Puviani, uno dei padri fondatori della scuola italiana di “scienza delle finanze” (insieme a studiosi come Antonio De Viti De Marco), sottovalutata prima e studiata poi dai maggiori economisti del Ventesimo secolo (da James Buchanan a Richard Musgrave). Questa “illusione finanziaria” viene scientemente praticata dai governi per poter alimentare la spesa pubblica e gli interessi a essa connessi, celando allo stesso tempo ai cittadini i costi di tale scelta, per esempio preferendo l’indebitamento alle tasse o rendendo opachi i sistemi di pagamento delle imposte. Dal debito pubblico alla ritenuta alla fonte, in Italia di questa “illusione” ne sappiamo qualcosa.